Mauro pozzer
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MAURO POZZEr

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Ciao, sono Mauro Pozzer, e la mia storia con la Fotografia risale a quasi tutta la mia vita.

Il mio primo tuffo in questo mondo avvenne grazie a mia madre, una donna appassionata che immortalava con rullini di pellicola ogni istante della nostra crescita. Ricordo con chiarezza il fascino di quella piccola scatola nera, la magia di uno scorrimento del pollice, la leggera pressione sull’otturatore, e l’istante rimaneva per sempre congelato nel tempo, impresso sul rullino stesso. Nei primi anni Ottanta, durante gli studi serali, ho iniziato anche a lavorare e finalmente ho potuto acquistare la mia prima macchina fotografica: una piccola Cosina CT-1A che mi costò 160.000 lire (circa 80€ – più della metà del mio guadagno mensile all’epoca!).

La mia “cosina” mi accompagnava ovunque, contribuendo a sviluppare la mia estetica iniziale. Fotografavo le persone a me vicine, i luoghi visitati, sia sulla terraferma che sotto il mare.

Prima di dedicarmi alla Fotografia di Matrimonio, portavo la mia macchina fotografica anche sott’acqua: appassionato subacqueo, desideravo condividere la bellezza nascosta dei fondali con chi non poteva immergersi con me. L’idea di mostrare agli altri ciò che vedevo ha radici profonde in me, diventando col tempo un pilastro fondamentale della mia Fotografia.

Mi sono sposato giovane, a soli 23 anni, con Catia, la mia defunta moglie. A trent’anni, ero già padre di due figlie, avevo svolto decine di lavori diversi e alimentavo una fiamma intensa per la Fotografia. Nel 1996, a 32 anni, ho chiesto un prestito e ho acquisito uno studio fotografico di matrimoni chiamato “Magic Foto Studio” a Vicenza.

Finalmente, ho potuto trasformare la mia passione in un lavoro a tempo pieno.

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mauro pozzer fotografo matrimonio ©

I primi anni al Magic Foto Studio sono stati entusiasmanti, faticosi, impegnativi, un turbinio di emozioni. Essere l’unico a dover sostenere la mia famiglia significava che dovevo trascorrere tutte le mie giornate lavorando per cercare di realizzare il mio sogno, mantenendo allo stesso tempo un tetto sopra la testa.

Agli inizi degli anni 2000 è uscita la prima fotocamera digitale Nikon (la possiedo ancora oggi: una Nikon D100, con sensore da 6 megapixel): dopo averla provata in un matrimonio, ho messo da parte le macchine a pellicola e sono passato alla DSLR. All’epoca stavo sperimentando la fotografia digitale con la versione di Adobe Photoshop 4 (scansionando le pellicole per poi stampare in digitale) e creando il mio primo sito web.

In quegli stessi anni, intorno al 2005-2006, iniziarono a nascere i primi “Destination Wedding” in Italia. Lavorare con queste prime coppie straniere ha portato un cambiamento totale nella mia fotografia: non avendo esattamente un inglese impeccabile, potevo – beh, dovevo – limitare la mia interazione verbale con la coppia e concentrarmi davvero su ciò che i miei occhi e la mia anima potevano vedere. Ancora una volta, dovevo immergermi nella situazione, interpretare ciò che stava accadendo davanti a me e realizzare fotografie che potessero mostrare al mondo ciò che stavo vedendo.

Erano gli anni in cui nascevano le prime associazioni fotografiche nazionali ed internazionali; Sono stato cofondatore e presidente dell’ANFM (Associazione Nazionale Fotografi di Matrimonio) dal 2008 al 2010, ed ho iniziato a partecipare e vincere i primi concorsi fotografici nazionali ed internazionali. Per la prima volta ho sentito che stavo giocando su un campo più grande, ottenendo il riconoscimento per quello che avevo fatto e per quello che ero.

Poi la vita ha infierito un duro colpo. Mia moglie si è ammalata e morta di cancro al seno nel 2010 e la nostra famiglia di quattro persone è diventata una famiglia di tre persone con me e le mie due figlie, che allora avevano 16 e 19 anni. Dire che non ero preparato è un eufemismo: non sapevo come gestire tutto questo, quindi mi sono buttato ancora di più nel lavoro per trovare una sorta di equilibrio in quel limbo. Allora non riuscivo a vederlo, ma vivevo in modalità pura sopravvivenza: sperimentavo una sorta di libertà che non avevo mai avuto in vita mia, e allo stesso tempo riempivo lo spazio e il tempo con cose e persone ed esperienze da vivere per cercare di evitare di restare solo con me stesso.

Quegli anni portano ancora più successo professionale: sono stato chiamato come relatore in diversi convegni fotografici italiani ed europei e ho avuto il mio (Emotions in Venice, dal 2011 al 2015). In quei anni mia figlia maggiore, Selene, iniziò a lavorare con me. Sono stati gli anni anche dei miei primi matrimoni all’estero: ho fotografato matrimoni negli Stati Uniti, a Hong Kong, in Australia, in Africa e in giro per l’Europa.

È stata una corsa, una corsa senza fine verso il prossimo successo. Naturalmente, come ogni corsa, prima o poi doveva crollare.

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Intorno al 2016-2017, entrambe le mie figlie hanno lasciato la casa e hanno seguito la loro strada, nella vita e nel lavoro. Per la prima volta nella mia vita dovevo provvedere e vivere solo per me stesso.

Mi sono perso. Lentamente, ho iniziato a sentirmi distaccato dalla fotografia stessa: quando ero in giro a fotografare matrimoni, a volte riuscivo a sentire lo stesso fuoco, la stessa voglia e connessione di prima, ma la maggior parte delle volte semplicemente no. Ho continuato a tenermi occupato, ma per un lungo periodo di tempo ho avuto la sensazione di non avere più niente da dire. Il vuoto che avevo cercato di evitare negli ultimi anni mi aveva finalmente catturato. È stato allora che ho deciso che dovevo riaccendere il mio amore per la Fotografia, in qualche modo, e allo stesso tempo trovare un modo per elaborare il mio dolore e tutto ciò che mi aveva portato fino a lì. Alla fine del 2017  ho contattato il direttore dello stesso ospedale che aveva preso in cura mia moglie e ho presentato un progetto fotografico dedicato a dottori, infermieri e assistenti sanitari. Ho iniziato questo progetto nel 2018, e ho trascorso un giorno a settimana, ogni settimana, per nove mesi, all’interno delle sale dell’ospedale di Vicenza. Ho visto e fotografato di tutto: dai bambini che nascono ai pazienti anziani nei loro ultimi giorni, vittorie e sconfitte, vita e morte. Questo progetto alla fine è diventato un libro, City of Angels, pubblicato il 6 marzo 2020, esattamente dieci anni dopo la morte di Catia.

Tuttavia, sappiamo tutti cosa stava per succedere nel marzo 2020. L’Italia è stata uno dei primi paesi a spegnersi completamente a causa del COVID; a motivo della precedente uscita del mio libro, sono stato invitato di nuovo in ospedale per documentare la vita durante i mesi peggiori della pandemia. Ciò ha portato a un secondo progetto, intitolato Nessuno si salva da solo.

Fotografare per il gusto della fotografia stessa è stato liberatorio per me. Per la prima volta in tanti, tanti anni mi sono sentito connesso alla mia arte a un livello più profondo, avendo cancellato tutta la sovrastruttura creata negli anni ed aver ritrovato un modo per tornare al nucleo. Contemporaneamente ho acquistato tutto il materiale per ricominciare a fotografare e sviluppare su pellicola: dopo quasi vent’anni di riprese in digitale, il ritorno alla macchina a pellicola mi ha regalato sensazioni vivide, materiche e mi ha permesso di concentrarmi su ciò che conta davvero per me.

La fotografia è diventata per me un modo per elaborare tutto il dolore che ho inflitto a me stesso e alle persone che amo. Per elaborare il dolore, la perdita, per chiedere perdono e perdonare anche me stesso. Per sentire di nuovo, per riconnettermi a questo mondo. Una volta che ho potuto guardare la mia Fotografia senza tutte le aspettative, le tendenze e le costrizioni, ho potuto finalmente innamorarmene di nuovo. Con l’aiuto delle mie figlie, sono riuscito a esprimere tutto questo a parole e ho ideato il concetto di Realismo Poetico: il nucleo stesso della Fotografia, la cosa che, alla fine, conta davvero.

 

Questo è.

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"Pensa alla foto prima e dopo, mai durante. Il segreto è prendersi il tempo necessario. Non devi andare troppo veloce. Il soggetto deve dimenticarsi di te. Poi però devi essere molto veloce"

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